Dal 8 al 14 febbraio 2025, la città di Kolín in Repubblica Ceca ha ospitato Youth Spark: Empowering Participation, un training course Erasmus+ di sette giorni interamente dedicato alla partecipazione giovanile.
Un programma pensato come spazio di condivisione e riflessione sul ruolo del lavoro giovanile: come attivare i giovani, stimolare la partecipazione civica e rafforzare le capacità di chi opera a contatto con le nuove generazioni.
Il progetto
Il corso, completamente finanziato dal Programma Erasmus+, ha riunito 21 partecipanti provenienti da diversi paesi europei attorno a cinque obiettivi principali:
- costruire una comprensione condivisa di cosa significhi partecipazione giovanile;
- identificare i fattori chiave che permettono ai giovani di avere un ruolo attivo nelle proprie comunità;
- scambiare esperienze e pratiche da realtà locali diverse;
- scoprire e sperimentare metodologie che promuovono la partecipazione attiva;
- introdurre Erasmus+ e il Corpo Europeo di Solidarietà come risorse per sostenere iniziative giovanili.
Una settimana di educazione non formale
Lontano dalla logica dei banchi scolastici e degli appunti tradizionali, il training ha messo al centro un approccio dinamico e partecipativo: simulazioni, lavori di gruppo, costruzione di scale della partecipazione con lo spago, progettazioni condivise. Un formato che ha ribaltato l’idea classica di formazione, mostrando come si possa imparare anche attraverso il confronto, l’incertezza e il piccolo spaesamento iniziale.
Il gruppo, composto esclusivamente da ragazze, ha convissuto e lavorato insieme per un’intera settimana, costruendo un linguaggio comune fatto di riferimenti condivisi, ironia e connessioni profonde. Le serate hanno completato l’esperienza: tra partite a carte, biliardino, biliardo e balli sulle note di canzoni spagnole, anche l’inglese migliorava senza accorgersene.
Le voci del team italiano
Testimonianza 1
“Arrivare a Kolín in pieno inverno, cittadina silenziosa e tranquilla a quaranta minuti da Praga, circondata da boschi ancora nel freddo di febbraio, non è esattamente l’immagine più immediata che si associa a un’esperienza Erasmus+. Eppure, proprio questo scenario un po’ defilato si è rivelato sorprendentemente adatto per un primo incontro autentico con l’educazione non formale, all’interno del programma Erasmus+.
Il training course “Youth Spark: Empowering Participation” si è presentato fin da subito come qualcosa di diverso da una formazione nel senso più tradizionale del termine. Più che trasmettere contenuti, sembrava volerci mettere in condizione di costruirli insieme, attraverso attività, discussioni, momenti di confronto e, inevitabilmente, qualche piccolo spaesamento iniziale. Quelle che all’inizio potevano sembrare attività leggere, quasi da rompighiaccio, si sono progressivamente rivelate parte di un sistema molto più intenzionale, capace di attivare riflessioni tutt’altro che superficiali.
Fin dai primi giorni, ciò che ha colpito di più non è stata tanto la dimensione interculturale del gruppo, quanto la complessità concreta dello stare insieme: comunicare con persone sconosciute, esporsi, conoscere il proprio spazio all’interno del gruppo. E, dettaglio non proprio irrilevante anche se inizialmente del tutto casuale, il gruppo era composto esclusivamente da ragazze. Una coincidenza che, da semplice curiosità iniziale, si è trasformata in una lente interessante attraverso cui osservare dinamiche, modalità comunicative e anche una certa modalità del creare connessioni.
In questo contesto, la partecipazione ha smesso rapidamente di essere una parola astratta: è diventata pratica quotidiana, fatta di responsabilità condivise, ascolto reciproco e continui tentativi di capirsi, anche quando non era così immediato. Le metodologie utilizzate, dalle simulazioni ai lavori di gruppo, le progettazioni, hanno messo in discussione in modo piuttosto elegante, spiazzante a tratti per chi è abituato a un sistema scolastico come quello italiano, l’idea più classica di formazione. Non c’è stato sempre il tempo per prendere i classici appunti, l’apprendimento dinamico ha preso tutto il posto di quello frontale e statico, mostrando come si possa imparare anche nei momenti di incertezza, parti integranti del processo. Il tema della partecipazione giovanile è emerso così, dopo qualche teoria e una scala costruita con lo spago, ovvero come capacità di prendere posizione, anche in modo piccolo, di vedere ed essere visti nei contesti in cui si è inseriti. Naturalmente non sono mancati momenti di stanchezza o cali di energia, anche perché, sorprendentemente, socializzare intensamente tutto il giorno non è sempre l’attività più riposante del mondo, ma il clima è rimasto sorprendentemente leggero. Più che difficoltà, ci sono stati scambi in cui emergeva l’assurdo delle nostre differenze, e proprio lì trovavamo il lato più divertente e, tra una sessione e l’altra, abbiamo finito per costruire una sorta di linguaggio condiviso fatto di riferimenti interni e ironia continua. Alla fine, ciò che resta non è soltanto un insieme di strumenti o metodologie, ma un cambiamento più sottile nel modo di guardare all’apprendimento e alla partecipazione. Per chi, come me, si avvicinava per la prima volta a questo tipo di esperienza, è stato meno un punto di arrivo e più un’apertura: una serie di domande che continuano a muoversi sotto la superficie. E forse sono proprio queste, le cose che rimangono in sospeso, senza definizione precisa, che continuano a lavorare e con le quali si può costruire.”
Testimonianza 2
“Arrivare a Kolín in pieno inverno, con i boschi della Repubblica Ceca ancora avvolti nel gelo di febbraio, non è esattamente l’immagine da cartolina che ti aspetti da un Erasmus+. Eppure, dietro quel silenzio si nascondeva un’energia pazzesca. Partecipare al training course “Youth Spark: Empowering Participation” è stato molto più di una semplice formazione: è stato un tuffo nell’educazione non formale che ha ribaltato ogni mia certezza sul concetto di “imparare”.
La prima sorpresa? Eravamo 21 ragazze. Quella che sembrava una coincidenza si è trasformata in una forza incredibile: un gruppo coeso, dove la partecipazione è diventata pratica quotidiana fatta di ascolto e responsabilità condivisa. Tra una sessione e l’altra, abbiamo costruito un linguaggio tutto nostro, fatto di ironia e connessioni profonde. Le serate non erano da meno: tra partite a carte, sfide a biliardino e a biliardo, e balli scatenati sulle note di canzoni spagnole; in quei momenti, quasi senza accorgercene, miglioravamo anche il nostro inglese e imparavamo parole nuove nelle lingue delle altre ragazze. E così la stanchezza di quelle giornate intense spariva in un attimo. Merito anche del trainer, Daniel: con il suo spirito spagnolo e la sua simpatia, è riuscito a tenerci sempre incollate alle attività, rendendo tutto incredibilmente divertente. Dimenticate i banchi di scuola e i classici appunti: qui l’apprendimento è stato dinamico. Abbiamo usato corde per costruire scale della partecipazione e simulazioni spiazzanti per capire come progettare scambi giovanili che siano davvero inclusivi. Ho riso tantissimo durante le attività di non-formal education, ma allo stesso tempo ho acquisito strumenti concreti per sfruttare al meglio le opportunità dell’UE, come l’Erasmus+ e il Corpo Europeo di Solidarietà. C’è stato spazio anche per la bellezza: la visita a Kutná Hora, una città medievale mozzafiato con il suo castello, ci ha regalato un momento di pausa incantevole fuori dal tempo. Torno a casa con un cambiamento sottile nel modo di guardare al mondo. Per me, che ero alla prima esperienza di questo tipo, non è stato un punto d’arrivo ma un’apertura: una serie di domande e strumenti nuovi che continueranno a lavorare “sotto la superficie” per molto tempo.”



